"Permesso?"
Mi alzo di soprassalto. Già ho dimenticato di aver appena risposto al citofono, di aver pigiato pigramente il tasto d'apertura, non molto entusiasta, non molto lucido.
Il letto ancora solletica i miei sensi e costituisce un richiamo troppo forte per abbandonarlo senza rabbia.
Cerco di comportarmi in maniera ospitale, verso un caffè per me ed il mio ospite, mi siedo e annuisco in maniera regolare, a cadenza fissa, per offrire un riscontro confortante al discorso che mi assale.
Dopo qualche minuto rimango solo. La voglia di ritrovare la lucidità, di approntarmi allo scontro con una nuova giornata non c'è. L'idea di un oblio tossico e vagamente perverso mi affascina. So che fare.
Un rapido colpo d'occhio sotto il letto, quell'arancione che riconosco senza dubbi. Prendo il disco e mi dirigo fra le pareti imbottite della piccola sala.
Mi siedo mollemente...finisco quasi per stendermi, faccio partire la musica, innesco i Can, comincia Tago Mago.
Quintali di segale cornuta vengono rovesciati da esseri alieni sopra di me, ma un sortilegio sembra bloccarli, a mezz'aria, come sospesi in una caduta mai completa, in un viaggio lisergico che non esplode mai, relegato in una clima di semilucidità: Paperhouse, anello di congiunzione e punto di rottura fra psichedelia di ispirazione sixties e ossessiva maestosità della scuola tedesca, imperiosa nella sua regolarità, nel suo ritmo tribale. Un delirio di suoni acuti, classici, immersi in un turbinio ordinato di percussioni che li tengono a bada, fino a sfinirli.
Con Mushroom il suono diviene infetto, la voce atonale, espressiva fuori dai canoni, le chitarre miagolano e piangono sotto i colpi di percussioni inesorabili. Il canto esplode talvolta nella tossica rabbia del folle, di fronte all'indifferenza generale, l'inquietudine prende il sopravvento.
Damo Suzuki compie la sua trafigurazione in corpo liquido nella successiva Oh Yeah. Una voce fantasma, un corpo che si scioglie attraverso i solchi del disco e scivola via, penetra nell'epidermide, mi ordina di alzarmi, mi proietta in dimensioni parallele e terrorizzanti. Eppure tutto è così tranquillo, i demoni fanno a gara a mostrarmi il loro volto paterno, Damo continua nella sua iniezione di fantastica acidità, le percussioni proseguono nel loro inesorabile quattroquarti, fra linee di synth appena accennate e accordi prima sferragglianti, poi cristallini. Comincio a godere fisicamente, ad emozionarmi e gridare. Conquisto consapevolezza, sorrido. Oh Yeah è un'esperienza che esige spazio e tempo, che regala parole e sensazioni per ore, magiche e dolcemente pericolose visioni del mondo, un pezzo che potrebbe durare giorni e settimane. Semplici filtri ed effetti elettronici che tendono la mano a ben altri filtri e pozioni, che costituiscono un ponte fra musica del novecento e immagini mitologiche del medioevo.
E medioevo sia, per cui non l'antro di Ade si apre dopo una fuga affannosa fra voci misteriose e sinistri cigolii, ma l'Helheimr nordico, disseminato di cadaveri di valchirie, di elfi indemoniati ed agitatori di orrendi sonagli, il cui suono si fa strada attraverso fumi e lontani echi di urla di dannati in preda al supplizio perenne. Aumgn terrorizza usando strumenti di tortura che denudano i nervi e rivelano all'ascoltatore supplizzi e vittime, corpi rivestiti di sanguisughe danzanti sul ritmo che all'improvviso diviene il più potente dell'intero lavoro.
Peking O proietta una voce stralunata in esercizi di accostamenti di ritmi e suoni, ne ricava una folle ciurma di pieces sonore che follemente affronta un intero oceano neuronale, senza mappe, bussole, incurante di tempeste e pericoli. Frequenze disturbate, suoni che si metallizzano, contorcono, ridicolizzano. Un'avanguardia senza apparente controllo, lasciata libera di forgiarsi attraverso le invenzioni di ognuno dei folli fucinieri, prima demiurghi, poi clown, fino all'approdo nel tranquillo porto di un ritmo sbuffante vapore su solidi binari, che si fa carico di trasbordare l'intero equipaggio verso i confini del suono.
Come un bambino gaudente che infili le braccia attraverso una rete, in territorio proibito, i Can varcano a tratti questi confini in Halleluhawah. Il pezzo nasce ed evolve coccolato da innocui accordi metallici, come un blues appena più elettrico, sublimamente infastidito da una voce sguaiata. Un motore in riscaldamento si sente in lontananza, gli ingranaggi cominciano a girare con agilità ed il sabba muore e rinasce cento volte, la voce conquista il proscenio, ricava i suoi spazi fra chitarre acide e un ritmo che spaventa per costanza e presenza, non solo immortale ma eternamente vigoroso, possente ma non invadente. Negli ultimi scenari dello spettacolo corde e oscillatori si fondono, l'ambiente diviene meno terreno, pur conservando una fenomenale allegria di fondo, un tono comico che sottrae definitivamente Halleluhawah alle grinfie del lato oscuro dell'esistenza, restituendolo ad un girotondo ebbro di gioia e ottimisticamente rivolto al futuro.
Il rilassamento, la lucida consapevolezza dell'eremita di fronte all'immensità del creato si materializza in Bring Me Coffee or Tea, una summa delle tecniche di controllo del gruppo su ogni divagazione possibile ed osabile. Dopo, il nulla.
E nulla sia. Gli occhi rimangono aperti a fatica, il corpo incollato alla poltrona, leggermente reclinata.
Tago Mago mi ha portato allo stremo dell forze, è album che prosciuga. Osservo l'immagine in copertina, il cervello come infinito ed inesplorabile labirinto, al centro di fiammeggiante esplosione, pezzi che si staccano come schegge, un caos confinato e controllato. Non ha senso uscire oggi, non ha senso parlar con qualcuno di banalità. Mi riperdo nel mio sogno lucido, faccio ripartire il disco. Prima però mi asciugo il sudore. Magari farò una doccia.
Album : Tago Mago - 1971
Artista : Can

Banalmente, il sito ufficiale dei Can:
e quello del Damo Suzuki Network:
La birra è diventata calda. Di solito mi succede quando il bar offre un tale spettacolo, d'umanità varia e distorta, da distrarmi o disinteressarmi all'arte del sorseggio insistente.
In quest'occasione niente di definibile meno che fuori contesto mi circonda, nessun volto mi interessa nè sembra interessato dai miei sguardi circolari.
Riavvicino il naso all'apertura del boccale, e inclino lentamente testa e bicchiere.
"Bevi quel piscio?"
Riabbasso istintivamente il braccio, il liquido sbatte velocemente contro le pareti di vetro , vomitando quel residuo di schiuma ancora in grado di generare.
Di fronte a me, apparsa dal buio del bar, una donna di mezz'età, grassoccia, vestita di rosa e nero mi guarda con ironia. La fisso, e lei si allontana, sparendo nella saletta dietro al biliardo.
Scendo dal mio sgabello, raccatto dal pavimento il mio zaino, mi avvicino al bancone e prendo la chiave della stanzetta. Il barista non mi degna di uno sguardo, il fumo continua a riempire l'aria.
Entro nel piccolo ambiente, scuro, dalle pareti imbottite, mi siedo ed estraggo dallo zaino quel feticcio così riconoscibile, la scritta Suicide che si adagia su spessi tratti disegnati col sangue.
Preparo il lettore, sfioro dei tasti e comincio l'ascolto.
Le strade notturne di una metropoli avvolta in un'atmosfera malsana si materializzano sin dai primi secondi di Ghost Rider. Colonna sonora di un disilluso viaggio notturno, con la telecamera puntata fissa sull'asfalto. Una voce angosciata si lancia in un percorso senza vie d'uscita, a commentare l'umana sconfitta nei confronti del mondo, mentre ritmi percussivi ad alta tensione creano file di cipressi di cemento ed acciaio che succhiano linfa dai rottami tutt'attorno. L'angoscia prosegue senza tregua in Rocket USA, in cui il ritmo sparisce e lascia spazio al suono del cosmo urbano, dilatato, rarefatto, ma incapace di librarsi dal sottosuolo da cui trae nutrimento.
Cheere riesce ad irradiare improvvisamente luci di speranza attraverso squarci nel cielo comparsi chissà come, attraverso suoni di angelici carillon, il cui persistere fino alla fine del pezzo, soli, svela la sospettatà realtà di vivere solo il tossico sogno di un disperato e non di star contemplando un'immagine reale e consolatoria. L'onirico demone sadicamente dipinge altre realtà e forgia Johnny, allegro rockandroll dai tratti psichicamente disturbati, pregno di sospiri e suoni sinistramente effettati; ancora, si scuote, ed illude il sonno disturbato con immagini simboliche e rassicuranti, l'amore, gli amici, l'erotismo di Girl, con Alan Vega gemente e sussurrante la perversione senza pronunciar perversioni, ed infine collassa nell'incubo di Frankie Teardrop. Migliaia di vermi che strisciano viscidi sul proprio materasso fino a lambire il corpo, a liberarsi dei bozzoli di bava secca e cristallizzata per librarsi, orrende locuste, in voli disturbanti ed ossessivamente rumorosi, fino al risveglio, alla coscienza della propria solitudine, del proprio disturbo, della presenza della morte incombente, il cui stendardo vola alto con la successiva Che. Funebre e tetra come la prima notte dopo l'apocalisse, desolante ed ossessiva come un frinito d'oltretomba.
Silenzio e meditazione.
"Suicide non rappresenta solo un grande album, è sommo esempio di architettura dell'angoscia, un tripudio gotico di aguzze punte di dolore, paura, perversione, morbosità. Suono capace di descrivere la miserabilità metropolitana come poco, crudamente realista, incapace di offrire il minimo appiglio che non sia marmoreo agli zombie del cemento e dell'asfalto."
Finisco di scrivere questo vacuo appunto e ripongo disco, foglietti e matite nel mio zaino.
Apro la porta, attendo in silenzio qualche istante, seguendo con gli occhi l'esito di un tiro di biliardo...ordinerò un'altra birra.
"La prima volta che vidi Alan Vega ed i Suicide tirai fuori il mio coltello 007 e lo nascosi dietro il polso. Ero davvero spaventato. Se Iggy aveva emulato Frankenstein e creato un mostro, quel mostro era proprio Alan Vega. Io e Joey tornammo a vederli anche al Max's Kansas City. A sentirli eravamo solo io, Joey ed una magnifica bionda in tenuta sadomaso. Dopo sei o sette minuti di concerto salì sul palco dal lato destro e rimase immobile vicino agli enormi amplificatori. L'atmosfera era carica di tensione, accentuata dal ronzio assordante e dale luci intermittenti. La ragazza cominciò a picchiare la testa contro gli amplificatori e si ferì. Il sangue le zampillava dalla fronte, ma le continuava a sbattere la testa, sempre più forte. Alla fine smise e rimase lì a guardare i Suicide che suonavano, con tutto il sangue che le colava sulla faccia." Dee Dee Ramone
Album : Suicide - 1977
Artista : Suicide

Un sito molto completo, con informazioni di tutti i tipi:
Piove, e di corsa mi infilo in un sottopassaggio di una metropolitana dell'Arizona. Scendo le scale, ma non ho voglia di studiare un tragitto per la mia destinazione. Fondamentalmente nemmeno ho una destinazione, oggi. Ne prendo atto e mi limito ad osservare i manifesti del lungo passaggio sotterraneo.
Visita il Mojave. Il Mojave, deserto grande e sede di storie misteriose...l'ultima volta che ne sentii parlare era a causa della mia lettura del momento, una breve biografia di Captain Beefhearth.
Pronuncio quel nome ed un tipo, distinto, con occhialini di cellulosa colorata si ferma accanto a me, sorride e sussurra: "Safe as milk...gran disco!". Mi giro, ma il tipo sparisce fra la gente, travolto dalla fretta colletttiva.
I momenti di dubbio son pochi.
Mi reco veloce alla biglietteria, pago per la mia stanzetta insonorizzata, entro, mi chiudo la porta alle spalle. Mi sfilo il cappotto, già asciutto, estraggo dallo zaino una copia del disco e lo inserisco nel lettore.
Il silenzio è rotto da Sure 'Nuff 'N Yes I Do, che si affaccia pigro su una scena cinematografica sonnacchiosa, proseguendo con un blues veloce e canonico irriso dall'interpretazione del capitano, che riempie di risolini e frasi rauche come uccelli incatramati i due minuti di benvenuto.
Zig Zag Wanderer affianca ad un iniziale suono beat un basso che gradualmente ricava uno spazio autonomo e sfocia in un duetto con il cantato. In questo punto del pezzo l'intuizione è prepotente, e non serve temere di essere banali:il pezzo è un esempio di proto new-wave, in maniera che ascolto dopo ascolto diviene sempre più evidente. Il cantato è uno shouting con poche concessioni all'espressività, la chitarra è quasi priva di effetti, la batteria è netta e precisa e basterebbe accelerare il ritmo per poter ristampare il pezzo con un bel 1978 su fronte/retro e tutti vivremmo sereni, illusi e contenti. Aggiungerci pure un "made in Ohio" completerebbe l'opera.
Il cuorbovino inventa in Dropout Boogie un demone grottesco e quasi imbranato, protagonista di un'interpretazione divertente ma quasi funzionale al resto dell'arrangiamento, una chitarra distorta ed uno xilofono affiorato dal nulla a stoppare il diligente e gracchiante compito del cantante, vestito per l'occasione con l'abito della festa, c'è da giurarci.
Dopo l'obbligatorio passaggio in salto multiplo su scintillanti bottoni da juke box anni 50, con il romanticismo di I'm glad, si ritorna a violentare ritmi ed armonie.
Electricity è il capolavoro dell'album. Il capitano affida ad un basso quasi silenzioso il comando delle operazioni, prepara due delle sue migliori maschere e concede a turno il palco al rauco stregone in delirio elettrico e al valoroso cowboy in missione solitaria. Un theremin di passaggio bussa con insistenza ma è prontamente messo alla porta dalle due chitarre troppo vogliose di dialogare per permettere intrusioni. Il ritmo è costantemente sostenuto, gli innesti vocali perfetti ed inaspettati: basterebbe questo pezzo per capire il valore dell'album, del musicista, del produttore e dell'arrangiatore Don Van Vliet, basterebbe questo pezzo suonato al massimo della potenza a trasformare chiunque in un dj rock degno di rispetto.
A poner pausa in una perfetta scaletta di ritmi e stili Yellow Brick Road suona come divertente spot in omaggio ad immagini popolari nel mondo anglosassone, il mago di OZ, il country. Tutt'altro ritmo e riferimenti nei due minuti e mezzo di Abba Zaba, che comincia con una danza divertita ed irridente al centro di un villaggio dell'Africa più nera, con un uso dell'onomatopea fantastico, che riesce a dipingere i tratti somatici dei coristi con una vividezza inaudita. Irrompe al centro del villaggio, accolto senza traumi nella danza tribale, un chitarrista di Honolulu, e il tutto assume i connotati di una commistione musicale di fascino unito. Esaltante.
Il blues di Plastic Factory trasporta il suono del disco su stili più canonici, come Grown So Ugly, ritmicamente più evoluta e con accenni di aperture soulrock che suggeriscono una dimensione artistica troppo estesa per poter essere inglobata in un album.
Where There's Woman mostra contaminazioni di musica nera, ed è brano caratterizzato da tono confidenziale, eppur distaccato, come quello di osservatore apparentemente distratto sulla metropoli, pronto a sputare la propria passione sopita in un impeto di acuti e vocalizzi.
L'assalto si chiude con Autumn's Child un romantico blues su cui precipitano all'improvviso voci dispettose di combriccole di dimensioni parallele, coi loro carichi di urla e sciocchi ritornelli che conferiscono ancor più melodrammaticità al canto principale.
Silenzio.
Il disco gira muto, le lucine dell'impianto mi segnalano che è il momento di ritirare il supporto dal lettore. Scorgo un giornale a terra e leggo: "Safe as milk rappresenta una summa di generi e stili difficilmente immaginabili nella storia del rock. Partendo dal blues il capitano riesce ad esplorare l'esplorabile e creare nuovi ambiti di composizione. L'opera rappresenta più un punto di partenza che uno di arrivo, una mappa ricchissima di indicazioni e di accenni a nuove scoperte. Ogni pezzo potrebbe essere sviluppato in maniera differente e dilatato all'inverosimile, ripetuto con lievi variazioni, prodotto con artifici che esaltino diversi sonorità: eppure nella sua povertà, che non sfocia mai nella scarnezza, risiede la sua potenza, così lontana da tante produzioni alchemiche che celano crisi di idee e riuso di vecchie intuizioni."
Pomposo, ma condivisibile...poso il giornale, rimetto la giacca ed esco nel passaggio della stazione sotterranea. Orde di persone che corrono, in sensi opposti, in ordine sparso, e quella voce gracchiante, imperiosa nel mio cervello, che copre tutti rumori. Ben fatto, capitano, giù il cappello ed in alto il cuore. Bovino, ovviamente.
Album : Safe as Milk - 1967
Artista : Captain Beefheart

Fra i vari siti dedicati al capitano segnalerei The radar station :
Sito molto completo, con informazioni legate anche alle attività extramusicali di Don Van Vliet.