Piove, e di corsa mi infilo in un sottopassaggio di una metropolitana dell'Arizona. Scendo le scale, ma non ho voglia di studiare un tragitto per la mia destinazione. Fondamentalmente nemmeno ho una destinazione, oggi. Ne prendo atto e mi limito ad osservare i manifesti del lungo passaggio sotterraneo.
Visita il Mojave. Il Mojave, deserto grande e sede di storie misteriose...l'ultima volta che ne sentii parlare era a causa della mia lettura del momento, una breve biografia di Captain Beefhearth.
Pronuncio quel nome ed un tipo, distinto, con occhialini di cellulosa colorata si ferma accanto a me, sorride e sussurra: "Safe as milk...gran disco!". Mi giro, ma il tipo sparisce fra la gente, travolto dalla fretta colletttiva.
I momenti di dubbio son pochi.
Mi reco veloce alla biglietteria, pago per la mia stanzetta insonorizzata, entro, mi chiudo la porta alle spalle. Mi sfilo il cappotto, già asciutto, estraggo dallo zaino una copia del disco e lo inserisco nel lettore.
Il silenzio è rotto da Sure 'Nuff 'N Yes I Do, che si affaccia pigro su una scena cinematografica sonnacchiosa, proseguendo con un blues veloce e canonico irriso dall'interpretazione del capitano, che riempie di risolini e frasi rauche come uccelli incatramati i due minuti di benvenuto.
Zig Zag Wanderer affianca ad un iniziale suono beat un basso che gradualmente ricava uno spazio autonomo e sfocia in un duetto con il cantato. In questo punto del pezzo l'intuizione è prepotente, e non serve temere di essere banali:il pezzo è un esempio di proto new-wave, in maniera che ascolto dopo ascolto diviene sempre più evidente. Il cantato è uno shouting con poche concessioni all'espressività, la chitarra è quasi priva di effetti, la batteria è netta e precisa e basterebbe accelerare il ritmo per poter ristampare il pezzo con un bel 1978 su fronte/retro e tutti vivremmo sereni, illusi e contenti. Aggiungerci pure un "made in Ohio" completerebbe l'opera.
Il cuorbovino inventa in Dropout Boogie un demone grottesco e quasi imbranato, protagonista di un'interpretazione divertente ma quasi funzionale al resto dell'arrangiamento, una chitarra distorta ed uno xilofono affiorato dal nulla a stoppare il diligente e gracchiante compito del cantante, vestito per l'occasione con l'abito della festa, c'è da giurarci.
Dopo l'obbligatorio passaggio in salto multiplo su scintillanti bottoni da juke box anni 50, con il romanticismo di I'm glad, si ritorna a violentare ritmi ed armonie.
Electricity è il capolavoro dell'album. Il capitano affida ad un basso quasi silenzioso il comando delle operazioni, prepara due delle sue migliori maschere e concede a turno il palco al rauco stregone in delirio elettrico e al valoroso cowboy in missione solitaria. Un theremin di passaggio bussa con insistenza ma è prontamente messo alla porta dalle due chitarre troppo vogliose di dialogare per permettere intrusioni. Il ritmo è costantemente sostenuto, gli innesti vocali perfetti ed inaspettati: basterebbe questo pezzo per capire il valore dell'album, del musicista, del produttore e dell'arrangiatore Don Van Vliet, basterebbe questo pezzo suonato al massimo della potenza a trasformare chiunque in un dj rock degno di rispetto.
A poner pausa in una perfetta scaletta di ritmi e stili Yellow Brick Road suona come divertente spot in omaggio ad immagini popolari nel mondo anglosassone, il mago di OZ, il country. Tutt'altro ritmo e riferimenti nei due minuti e mezzo di Abba Zaba, che comincia con una danza divertita ed irridente al centro di un villaggio dell'Africa più nera, con un uso dell'onomatopea fantastico, che riesce a dipingere i tratti somatici dei coristi con una vividezza inaudita. Irrompe al centro del villaggio, accolto senza traumi nella danza tribale, un chitarrista di Honolulu, e il tutto assume i connotati di una commistione musicale di fascino unito. Esaltante.
Il blues di Plastic Factory trasporta il suono del disco su stili più canonici, come Grown So Ugly, ritmicamente più evoluta e con accenni di aperture soulrock che suggeriscono una dimensione artistica troppo estesa per poter essere inglobata in un album.
Where There's Woman mostra contaminazioni di musica nera, ed è brano caratterizzato da tono confidenziale, eppur distaccato, come quello di osservatore apparentemente distratto sulla metropoli, pronto a sputare la propria passione sopita in un impeto di acuti e vocalizzi.
L'assalto si chiude con Autumn's Child un romantico blues su cui precipitano all'improvviso voci dispettose di combriccole di dimensioni parallele, coi loro carichi di urla e sciocchi ritornelli che conferiscono ancor più melodrammaticità al canto principale.
Silenzio.
Il disco gira muto, le lucine dell'impianto mi segnalano che è il momento di ritirare il supporto dal lettore. Scorgo un giornale a terra e leggo: "Safe as milk rappresenta una summa di generi e stili difficilmente immaginabili nella storia del rock. Partendo dal blues il capitano riesce ad esplorare l'esplorabile e creare nuovi ambiti di composizione. L'opera rappresenta più un punto di partenza che uno di arrivo, una mappa ricchissima di indicazioni e di accenni a nuove scoperte. Ogni pezzo potrebbe essere sviluppato in maniera differente e dilatato all'inverosimile, ripetuto con lievi variazioni, prodotto con artifici che esaltino diversi sonorità: eppure nella sua povertà, che non sfocia mai nella scarnezza, risiede la sua potenza, così lontana da tante produzioni alchemiche che celano crisi di idee e riuso di vecchie intuizioni."
Pomposo, ma condivisibile...poso il giornale, rimetto la giacca ed esco nel passaggio della stazione sotterranea. Orde di persone che corrono, in sensi opposti, in ordine sparso, e quella voce gracchiante, imperiosa nel mio cervello, che copre tutti rumori. Ben fatto, capitano, giù il cappello ed in alto il cuore. Bovino, ovviamente.
Album : Safe as Milk - 1967
Artista : Captain Beefheart

Fra i vari siti dedicati al capitano segnalerei The radar station :
Sito molto completo, con informazioni legate anche alle attività extramusicali di Don Van Vliet.
