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giovedì, 12 aprile 2007

CAN - TAGO MAGO

"Permesso?"
Mi alzo di soprassalto. Già ho dimenticato di aver appena risposto al citofono, di aver pigiato pigramente il tasto d'apertura, non molto entusiasta, non molto lucido.
Il letto ancora solletica i miei sensi e costituisce un richiamo troppo forte per abbandonarlo senza rabbia.
Cerco di comportarmi in maniera ospitale, verso un caffè per me ed il mio ospite, mi siedo e annuisco in maniera regolare, a cadenza fissa, per offrire un riscontro confortante al discorso che mi assale.
Dopo qualche minuto rimango solo. La voglia di ritrovare la lucidità, di approntarmi allo scontro con una nuova giornata non c'è. L'idea di un oblio tossico e vagamente perverso mi affascina. So che fare.
Un rapido colpo d'occhio sotto il letto, quell'arancione che riconosco senza dubbi. Prendo il disco e mi dirigo fra le pareti imbottite della piccola sala.
Mi siedo mollemente...finisco quasi per stendermi, faccio partire la musica, innesco i Can,  comincia Tago Mago.
Quintali di segale cornuta vengono rovesciati da esseri alieni sopra di me, ma un sortilegio  sembra bloccarli, a mezz'aria, come sospesi in una caduta mai completa, in un viaggio lisergico che non esplode mai, relegato in una clima di semilucidità: Paperhouse, anello di congiunzione e punto di rottura fra psichedelia di ispirazione sixties e ossessiva maestosità della scuola tedesca, imperiosa nella sua regolarità, nel suo ritmo tribale. Un delirio di suoni acuti, classici, immersi in un turbinio ordinato di percussioni che li tengono a bada, fino a sfinirli.
Con Mushroom il suono diviene infetto, la voce atonale, espressiva fuori dai canoni, le chitarre miagolano e piangono sotto i colpi di percussioni inesorabili. Il canto esplode talvolta nella tossica rabbia del folle, di fronte all'indifferenza generale, l'inquietudine prende il sopravvento.
Damo Suzuki compie la sua trafigurazione in corpo liquido nella successiva Oh Yeah. Una voce  fantasma, un corpo che si scioglie attraverso i solchi del disco e scivola via, penetra nell'epidermide, mi ordina di alzarmi, mi proietta in dimensioni parallele e terrorizzanti. Eppure tutto è così tranquillo, i demoni fanno a gara a mostrarmi il loro volto paterno, Damo continua nella sua iniezione di fantastica acidità, le percussioni proseguono nel loro inesorabile quattroquarti, fra linee di synth appena accennate e accordi  prima sferragglianti, poi cristallini. Comincio a godere fisicamente, ad emozionarmi e gridare. Conquisto consapevolezza, sorrido. Oh Yeah è un'esperienza che esige spazio e tempo, che regala parole e sensazioni per ore, magiche e dolcemente pericolose visioni del mondo, un pezzo che potrebbe durare giorni e settimane. Semplici filtri ed effetti elettronici che tendono la mano a ben altri filtri e pozioni, che costituiscono un ponte fra musica del novecento e immagini mitologiche del medioevo.
E medioevo sia, per cui non l'antro di Ade si apre dopo una fuga affannosa fra voci misteriose e sinistri cigolii, ma l'Helheimr nordico, disseminato di cadaveri di valchirie, di elfi indemoniati ed agitatori di orrendi sonagli, il cui suono si fa strada attraverso fumi e lontani echi di urla di dannati in preda al supplizio perenne. Aumgn terrorizza usando strumenti di tortura che denudano i nervi e  rivelano all'ascoltatore supplizzi e vittime, corpi rivestiti di sanguisughe danzanti sul ritmo che all'improvviso diviene il più potente dell'intero lavoro.
Peking O proietta una voce stralunata in esercizi di accostamenti di ritmi e suoni, ne ricava una folle ciurma di pieces sonore che follemente affronta un intero oceano neuronale, senza mappe, bussole, incurante di tempeste e pericoli. Frequenze disturbate, suoni che si metallizzano, contorcono, ridicolizzano. Un'avanguardia senza apparente controllo, lasciata libera di forgiarsi attraverso le invenzioni di ognuno dei folli fucinieri, prima demiurghi, poi clown, fino all'approdo nel tranquillo porto di un ritmo sbuffante vapore su solidi binari, che si fa carico di trasbordare l'intero equipaggio verso i confini del suono.
Come un bambino gaudente che infili le braccia attraverso una rete, in territorio proibito, i Can varcano a tratti questi confini in Halleluhawah. Il pezzo nasce ed evolve coccolato da innocui accordi metallici, come un blues appena più elettrico, sublimamente infastidito da una voce sguaiata.  Un motore in riscaldamento si sente in lontananza, gli ingranaggi cominciano a girare con agilità ed il sabba muore e rinasce cento volte, la voce conquista il proscenio, ricava i suoi spazi fra chitarre acide e un ritmo che spaventa per costanza e presenza, non solo immortale ma eternamente vigoroso, possente ma non invadente. Negli ultimi scenari dello spettacolo corde e oscillatori si fondono, l'ambiente diviene meno terreno, pur conservando una fenomenale allegria di fondo, un tono comico che sottrae definitivamente Halleluhawah alle grinfie del lato oscuro dell'esistenza, restituendolo ad un girotondo ebbro di gioia e ottimisticamente rivolto al futuro.
Il rilassamento, la lucida consapevolezza dell'eremita di fronte all'immensità del creato si  materializza in Bring Me Coffee or Tea, una summa delle tecniche di controllo del gruppo su  ogni divagazione possibile ed osabile. Dopo, il nulla.

E nulla sia. Gli occhi rimangono aperti a fatica, il corpo incollato alla poltrona, leggermente reclinata.
Tago Mago mi ha portato allo stremo dell forze, è album che prosciuga. Osservo l'immagine in copertina, il cervello come infinito ed inesplorabile labirinto, al centro di fiammeggiante esplosione, pezzi che si staccano come schegge, un caos confinato e controllato. Non ha senso uscire oggi, non ha senso parlar con qualcuno di banalità. Mi riperdo nel mio sogno lucido, faccio ripartire il disco. Prima però mi asciugo il sudore. Magari farò una doccia.

Album :  Tago Mago - 1971
Artista : Can

 

Banalmente, il sito ufficiale dei Can:

www.spoonrecords.com/

e quello del Damo Suzuki Network:

www.damosuzuki.de/

postato da: motorik alle ore 16:33 | link | commenti
categorie: can , tago mago, damo suzuki

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