La birra è diventata calda. Di solito mi succede quando il bar offre un tale spettacolo, d'umanità varia e distorta, da distrarmi o disinteressarmi all'arte del sorseggio insistente.
In quest'occasione niente di definibile meno che fuori contesto mi circonda, nessun volto mi interessa nè sembra interessato dai miei sguardi circolari.
Riavvicino il naso all'apertura del boccale, e inclino lentamente testa e bicchiere.
"Bevi quel piscio?"
Riabbasso istintivamente il braccio, il liquido sbatte velocemente contro le pareti di vetro , vomitando quel residuo di schiuma ancora in grado di generare.
Di fronte a me, apparsa dal buio del bar, una donna di mezz'età, grassoccia, vestita di rosa e nero mi guarda con ironia. La fisso, e lei si allontana, sparendo nella saletta dietro al biliardo.
Scendo dal mio sgabello, raccatto dal pavimento il mio zaino, mi avvicino al bancone e prendo la chiave della stanzetta. Il barista non mi degna di uno sguardo, il fumo continua a riempire l'aria.
Entro nel piccolo ambiente, scuro, dalle pareti imbottite, mi siedo ed estraggo dallo zaino quel feticcio così riconoscibile, la scritta Suicide che si adagia su spessi tratti disegnati col sangue.
Preparo il lettore, sfioro dei tasti e comincio l'ascolto.
Le strade notturne di una metropoli avvolta in un'atmosfera malsana si materializzano sin dai primi secondi di Ghost Rider. Colonna sonora di un disilluso viaggio notturno, con la telecamera puntata fissa sull'asfalto. Una voce angosciata si lancia in un percorso senza vie d'uscita, a commentare l'umana sconfitta nei confronti del mondo, mentre ritmi percussivi ad alta tensione creano file di cipressi di cemento ed acciaio che succhiano linfa dai rottami tutt'attorno. L'angoscia prosegue senza tregua in Rocket USA, in cui il ritmo sparisce e lascia spazio al suono del cosmo urbano, dilatato, rarefatto, ma incapace di librarsi dal sottosuolo da cui trae nutrimento.
Cheere riesce ad irradiare improvvisamente luci di speranza attraverso squarci nel cielo comparsi chissà come, attraverso suoni di angelici carillon, il cui persistere fino alla fine del pezzo, soli, svela la sospettatà realtà di vivere solo il tossico sogno di un disperato e non di star contemplando un'immagine reale e consolatoria. L'onirico demone sadicamente dipinge altre realtà e forgia Johnny, allegro rockandroll dai tratti psichicamente disturbati, pregno di sospiri e suoni sinistramente effettati; ancora, si scuote, ed illude il sonno disturbato con immagini simboliche e rassicuranti, l'amore, gli amici, l'erotismo di Girl, con Alan Vega gemente e sussurrante la perversione senza pronunciar perversioni, ed infine collassa nell'incubo di Frankie Teardrop. Migliaia di vermi che strisciano viscidi sul proprio materasso fino a lambire il corpo, a liberarsi dei bozzoli di bava secca e cristallizzata per librarsi, orrende locuste, in voli disturbanti ed ossessivamente rumorosi, fino al risveglio, alla coscienza della propria solitudine, del proprio disturbo, della presenza della morte incombente, il cui stendardo vola alto con la successiva Che. Funebre e tetra come la prima notte dopo l'apocalisse, desolante ed ossessiva come un frinito d'oltretomba.
Silenzio e meditazione.
"Suicide non rappresenta solo un grande album, è sommo esempio di architettura dell'angoscia, un tripudio gotico di aguzze punte di dolore, paura, perversione, morbosità. Suono capace di descrivere la miserabilità metropolitana come poco, crudamente realista, incapace di offrire il minimo appiglio che non sia marmoreo agli zombie del cemento e dell'asfalto."
Finisco di scrivere questo vacuo appunto e ripongo disco, foglietti e matite nel mio zaino.
Apro la porta, attendo in silenzio qualche istante, seguendo con gli occhi l'esito di un tiro di biliardo...ordinerò un'altra birra.
"La prima volta che vidi Alan Vega ed i Suicide tirai fuori il mio coltello 007 e lo nascosi dietro il polso. Ero davvero spaventato. Se Iggy aveva emulato Frankenstein e creato un mostro, quel mostro era proprio Alan Vega. Io e Joey tornammo a vederli anche al Max's Kansas City. A sentirli eravamo solo io, Joey ed una magnifica bionda in tenuta sadomaso. Dopo sei o sette minuti di concerto salì sul palco dal lato destro e rimase immobile vicino agli enormi amplificatori. L'atmosfera era carica di tensione, accentuata dal ronzio assordante e dale luci intermittenti. La ragazza cominciò a picchiare la testa contro gli amplificatori e si ferì. Il sangue le zampillava dalla fronte, ma le continuava a sbattere la testa, sempre più forte. Alla fine smise e rimase lì a guardare i Suicide che suonavano, con tutto il sangue che le colava sulla faccia." Dee Dee Ramone
Album : Suicide - 1977
Artista : Suicide

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